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Questa è la storia di una gatta che chiameremo provvisoriamente Biba in mancanza di un nome ufficiale. La storia è dedicata a lei perché è proprio lei ad insegnare a molti di noi cosa sia davvero l'amore incondizionato, scevro da ogni egoismo o superficialità.
Ma iniziamo dal principio.
Lara quel giorno riceve una telefonata.. una di quelle che nel periodo primaverile fa tremare ogni volontario gattofilo che si rispetti: una cucciolata è stata avvistata a Lido delle Nazioni e si tratta di cuccioli appena nati, che hanno immediato bisogno di cure, latte e di un posto caldo e asciutto.
I cuccioli vengono portati a casa di Lara da un volontario. Lara estrae con apprensione dallo scatolone un unico grumo di placenta da cui spuntano qualche testa e qualche zampa, ed una mamma gatta davvero malmessa. Corre sotto al rubinetto e, con l'aiuto di tanta acqua tiepida e della sua infinita pazienza, districa zampe da code e code da teste.. ne escono cinque splendidi micini nati da nemmeno un'ora, ma tutti vivi. Ad uno di loro purtroppo, manca una delle zampette posteriori. Ancor non siamo riuscite a capire di preciso come possa essere successo.
Lara porta di corsa i frugoletti da mamma micia, la nostra Biba, e loro cercano istintivamente il caldo e il latte.
Iniziamo tutti a sperare, come di consueto in questi casi, perché della sopravvivenza di cuccioli così piccini non si può mai esser certi.
Già dal giorno dopo iniziano a presentarsi i primi problemi: Biba non pulisce i micini, e sembra non aver latte, cosa tuttavia non inconsueta in una micia così anziana. Lara inizia a dar loro il latte artificiale e chiama la veterinaria dottoressa Piera per una visita a domicilio. Fin da subito Piera si accorge della strana e terribile realtà: Biba non è la mamma dei cuccioli. Infatti si tratta di una micia oramai molto vecchia già sterilizzata anni addietro e lo stava a dimostrare anche il caratteristico taglio nell'orecchio. Piera la ricorda bene: è proprio la cara vecchia Biba.
Qui sotto Biba con prole adottiva il giorno dopo il suo arrivo =^__^=
Noi tutti ci siamo chiesti come mai Biba fosse rimasta assieme ai piccoli; il volontario che ha preso micini e mamma ha assicurato che era proprio insieme a loro. L'unica spiegazione che ci è apparsa plausibile, sebbene straordinaria, è che i cuccioli siano stati portati via alla vera mamma gatta non appena partoriti da uno di quegli esseri che di umano hanno ben poco e che Biba, passata per caso, li abbia sentiti piangere. Possibile che tutto ciò abbia risvegliato in lei un istinto materno soppresso così tanti anni addietro? Non siamo in grado di trovare altra spiegazione: Biba si è autoeletta mamma adottiva dei cuccioli e si è incaricata di accudirli.
Ma nonostante l'età e la memoria un po fuori allenamento, Biba non ha tarda a dimostrare che l'istinto di maternità non si scorda mai. Già dal terzo giorno inizia a lavare i piccoli, con grande gioia di Lara. Restava sempre l'incognita del latte artificiale, ma non era il caso di disperare.
E invece purtroppo già il giorno dopo si presenta un nuovo problema: i piccoli rifiutano il latte artificiale, che fino a quel momento avevano trangugiato con ingordigia. Lara le prova tutte, ma non c'è niente da fare. Attende il giorno dopo.
Al mattino successivo si rende conto che la situazione non è poi così grave come si era aspettata: i piccoli non sono affatto patiti. Una cosa molto strana.. che diventa ancora più strana quando Lara si accorge della sconcertante verità: Biba ha il latte!
Ci siamo informate da più di un veterinario e nessuno ha mai sentito di un evento simile.. noi siamo allibite, ma molto, molto felici. I cuccioli non sono gonfi di latte, ma stanno benone e Biba è una mamma estremamente protettiva; te li fa toccare, certo, ma per precauzione soffia come per dire: ehi, sono arrivata prima io, tienilo bene a mente!
E adesso che i cuccioli hanno già aperto gli occhietti, pur continuando a tenere le dita incrociate per loro, ci domandiamo quanto ancora gli esseri umani abbiano da imparare dagli animali. Questa intanto è stata una lezione importante, che non molti comprendono: i figli sono di chi li ama.
A Biba e a Lara, che ha sempre l'energia e la determinazione di un essere sovrumano!
Emanuela Venturini
B I T T E R S W E E T . . .
Sembra monotono narrare sempre di cose tristi.. come ha scritto uno dei miei autori preferiti, è più facile cantare di cose allegre perchè far fuoriuscire la bellezza dalle cose tristi è molto, molto più difficile.
Ed è così che vorrei fossero i racconti.. tutti i racconti: non pretendo un lieto fine, vorrei solo che anche da un finale amaro o agrodolce potesse scaturire un'immagine emozionante e bella.
E' molto complesso raccontare di sofferenza e morte cercando di estrapolarne la bellezza.
Noi esseri umani (o animali umani) siamo soliti pensare alla "bellezza" come assoluta, entusiasmente, perfetta. Ed invece la bellezza non è sempre racchiusa nelle nostre idee stereotipate; essa è libera invece di scorrere insieme al tempo, nel cuore delle nostre azioni, in simbiosi con i nostri pensieri, nei solchi delle nostre rughe; essa accompagna nel loro percorso le nostre lacrime e fa eco alle nostre risate; guida le nostre mani quando esse si muovono gentilmente e ci ricorda della sua esistenza in ogni fresco alito di vento sulla guancia.
In quest'ottica posso anche provare meno dolore nel pensare che proprio ieri Charlie è morto.
Non so quanta bellezza può aver visto lui, che non aveva nemmeno ancora aperto gli occhi.. ma mi auguro che abbia sentito la sua mamma che lo lavava e che gli sia piaciuto il sapore del latte ed il tepore che ha goduto nei suoi ultimi (e primi) giorni di vita.
Cose semplici. Cose belle.
Nonostante il non-lieto-fine.
Charlie Chaplin, minuscolo pezzato bianco con baffetti e berrettino nero è andato così, ballonzolante e ondeggiante come il suo omonimo umano. E' andato oltre.
E come dico sempre, come sono convinta che sia, è andato là dove il dolore non lo tocca.
Perchè il dolore resta a noi e a noi resta la facoltà di renderlo sopportabile.
Buon viaggio Charlie.
Emanuela Venturini, 20 aprile 2009
A L E A
Cara Lea,
mi manchi tanto.
In certi momenti, quando presto cala la sera e le ombre abbracciano come una coperta umida questo inverno nascente, mi sembra di vederti passare rapida come un soffio di brezza accanto a me. L’istinto precede il ricordo, e penso: “Ecco Lea, piccola asociale, che passa radente e schiva perche’ io non possa avvicinarla..dopo tanti mesi ancora non ha capito che l’adoro”.
Ma poi guardo bene.. non sei tu, Lea, ma Creamy. Ti somiglia.
Creamy pero’ e’ ancora con me.
La scettica Lea: mai una sola volta in tanti mesi ti sei fatta sfiorare dalla mia mano.
Tutti hanno ceduto. Ma non tu.
E cio’ nonostante io ti ho voluto bene.
Bellezza, eta’, espansività.. No, il cuore non ragiona secondo questi parametri. Io ti volevo bene solo perche’ eri tu.
Il cuore non necessita di mano per toccare, ne’ di occhi per vedere. Possiede sensori molto piu’ potenti.. basta saperli ascoltare.
Quando quel bellissimo e dannato giorno ti ho sentita strofinarti contro le caviglie ho pensato che forse stavo sognando. Era una specie di miracolo. Dopo mesi senza tentare di forzare le tue barriere, finalmente ti eri accorta che potevi fidarti!
Ed ora, col senno di poi, ripenso al significato di questo e a quanto si sia rivelato dolorosamente vero.
Vero, si. Perche’ tu sapevi.
Non ti saresti mai avvicinata in condizioni normali: era il tuo carattere e non si cambia dal giorno alla notte.
Ti sei avvicinata perche’ il tempo era poco e, a modo tuo mi hai voluto dire:
“Ecco, sappi che ho apprezzato la tua perseveranza e so che mi vuoi bene. Che vuoi che ti dica? Ho sofferto tanto e ormai farmi avvicinare mi e’ impossibile, ma visto che il tempo stringe, voglio che tu veda la vera Lea, quella che sarei potuta essere se non fossi stata maltrattata, abbandonata quando ero cucciola, affamata e ammalata. Mi sono domandata come mai sono dovuta nascere.. nessuno mi ha desiderata. Ero come un peso di cui sbarazzarsi. Questa e’ la Lea che sono diventata. E questa, ora, e solo per poco, e’ la Lea che avrei potuto essere.. e forse, quel poco che sono rimasta qui con voi e’ un stato un buon motivo per nascere.”
Ti ho tenuta in braccio cosi’ tanto che penso di aver recuperato tutti i mesi in cui non ti sei fatta toccare.
“Lea ha qualcosa che non va”: l’ammonimento che mi veniva ripetuto, che preferivo lasciar scivolare via, per non dover capire, per non voler vedere tutta la sofferenza che riesce a provocare l’uomo agli animali..
Ed invece l’unica cosa che e’ scivolata via sei tu, mia cara Lea.
Silenziosa come una bocca spalancata da cui non esce suono e veloce come una cometa.. lasciando la tua bellissima scia, sei andata avanti. Mi hai preceduto.
E non piango per te, Lea, davvero, perche’ io so che il tuo cammino prosegue dopo il tuo breve passaggio qui.
Piango per me, perche’ non ti ho conosciuta abbastanza; non come avrei voluto.
Piango perche’ molte volte mi vergogno di appartenere alla razza umana, che si ritiene superiore e in diritto di giudicare ed agire nei confronti di altre creature “non senzienti”.. e’ piu’ facile amare cio’ che si conosce; piu’ difficile cercare di comprendere coloro che non vivono secondo gli schemi dell’uomo. Quelle creature di cui si puo’ disporre a proprio piacimento, in molti sensi.
Piango per l’odio che provo verso coloro che fanno nascere cuccioli per poi scaricarli come spazzatura; che adoperano l’etica a loro uso e consumo, storpiandola, facendone poi la loro bandiera e sentenziando di essere contrari alla sterilizzazione.
Tanta subdola saggezza pero’ non impedisce loro di liberarsi del frutto di quell’etica, e tu Lea, come tantissimi altri cuccioli, hai subìto le conseguenze dell’ignoranza.
Otto cuccioli e tre gatte neo-mamme in una gabbia per conigli, abbandonati sotto il sole di luglio in aperta valle con qualche pezzo di pane secco.
“Qualcuno se ne occupera’” e’ la giustificazione piu’ quotata.
Proprio come spazzatura.
Io sono uno degli spazzini.. noi lavoriamo nell’ombra perche’ gli innocenti non paghino il prezzo del menefreghismo e dell’insensibilita’. Questo ci fa onore. Ma io, personalmente, mi vergogno lo stesso dinanzi alle atrocita’ cui ho dovuto assistere.
Mia Lea, Tu, come tutti gli animali, sei passata nella mia vita troppo, troppo in fretta.
Tutti gli animali passano quasi in punta dei piedi nelle nostre esistenze, quasi inosservati, a volte desiderati ed amati come meritano, ma perlopiu’ dati per scontati o usati come giocattoli acquistati al supermercato per il piacere temporaneo di curiosi e a titolo di regalo per bambini cui non e’ stata spiegata l’importanza della loro vita e della loro dignita’.
Ma se anche sei stata cosi’ silenziosa, Lea, io ho buon udito: la traccia che hai lasciato e’ luminosa, indelebile, come il sorriso di un bambino innocente.
INNOCENTE.
Grazie Lea. Buon viaggio e arrivederci.
A Lea, aprile 2007 – novembre 2007, che mi attende sotto al Ponte dell'Arcobaleno
Emanuela Venturini, 10 novembre 2007
Come si suol dire, “mai nome fu piu’ azzeccato”.
Nel caso di Ulisse le cose stanno proprio cosi’!
Uli, o Ulì, e’ un maschietto adorabile di circa 8 mesi che risiede presso la nostra Oasi da quando ne aveva circa 2.
Il suo carattere, a dispetto di un passato di sofferenze, e’ meravigliosamente peculiare.
Buono e coccolone, ha lo spirito del pioniere.
Non essendo ancora stato vaccinato vive con altri 9 compagni di avventura in una delle nostre quarantene, un recinto contenente un’ampia area verde, una roulotte e due stanze prefabbricate.
Ma ad Ulì serve tutto lo spazio possibile, lo desidera, ne ha bisogno come dell’aria! Per lui si fa quindi una eccezione e durante i lavori di pulizia o manutenzione Ulisse esce dalla quarantena e perlustra l’area dell’Oasi.
E come l’eroe della mitologia greca, egli scruta, annusa, esplora, inventa nuovi giochi; nulla gli sfugge, nemmeno i nostri richiami (“Ulììììì, sono gia’ 30 minuti che sei fuori; preparati a rientrare!!!!”, “Ulììììììì, l’ora d’aria sta’ per scadereeee!!”, “ULIIIIIIIIIIIIIIIIIIII’!!!!!”).
Ed infatti, Ulisse, facendola in barba ai peggiori difetti di colui che gli ha prestato il nome, dopo il terzo richiamo, torna. E sempre con le zampe piene di paciugo!
Si guarda intorno (“uff, di nuovo a casa”), va a controllare quello che gli altri compagni gli hanno magnanimamente lasciato nella ciotola del cibo (non sono molto magnanimi quindi ovviamente noi ne aggiungiamo), poi ricomincia il gioco, che consiste principalmente nel prendere, graffiare e sbranare i fogli dei quotidiani che usiamo sotto alle lettiere e nell’entrata delle stanze.
Se ci sono piccole dispunte fra mici, Ulisse non risopnde mai alle provocazioni; e’ furbo ma eccezionalmente buono.
Al suo arrivo in Oasi, Ulisse presentava una grave lesione ad un occhietto. Nonostante piu’ visite veterinare e svariati tipi di cure, l’aggravarsi progressivo della sua condizione, ci ha costretti ad optare per l’asportazione del bulbo oculare.
Cosi’ Ulisse ha un solo occhietto. Un occhietto che scruta con incredibile maturita’ e giudizio e con infinita bonta’.
Abbiamo cercato invano una famiglia per lui, ma le persone si spaventano di fronte ad una menomazione che, lo sappiamo per esperienza, si finisce per non notare piu’ nel giro di pochi giorni.
Forse Ulisse sara’ destinato a vivere la sua vita in Oasi; se cosi’ fosse noi ci auguriamo che possa essere ugualmente felice; nel frattempo riceve tutto l’affetto possibile immaginabile e lo ricambia abbondantemente.
Vorremmo ringraziare Ulisse per averci dimostrato quanta forza ci sia dentro ognuno di noi, anche se spesso ci fa comodo non farne uso, per averci aperto gli occhi di fronte alla bellezza della curiosita’ innocente e per averci ricordato come sia bello stupirsi di fronte alle piu’ piccole cose; vorremmo ringraziarlo per averci dato una lezione di umilta’, adattandosi a vivere con gioia anche senza una vera famiglia. I gatti sono cosi’: hanno un’infinita’ di cose da insegnare a chi sa ascoltarli.
Grazie Ulisse.
Ad Ulisse, ancora in attesa di essere adottato ed amato.
Emanuela Venturini
R I B E S
L'immagine di Ribes sta' sbiadendo lentamente sfuocando nei contorni, abbracciata da un sottile strato di nebbia.
Ora ricordo soltanto una sagoma nera indistinta.
Ma al centro di questa parodia di vecchia foto, spiccano, ancora intatti e penetranti due occhi gialli ben disegnati, espressivi, colmi di vita.
E' triste che i ricordi svaniscano e che per rinnovarli io debba riguardare le fotografie. Vorrei che Ribes restasse intatto nella mia memoria, ma so che non e' possibile.
Anche da sotto quel sottile strato di polvere che lentamente si accumula sui miei ricordi, Ribes mi fa capire che come sempre la cosa piu' importante e' aver amato e che nulla, nulla condiziona l'amore, poiche' esso non dipende ne' subisce l'influenza di legami di sangue, di distinzione di razza o di specie.
L'amore non conosce diversita'.
E come sentimento puro, non riconosce come ostacolo nemmeno la morte.
Quando penso a questo la nebbia si dissipa, posso soffiare via la polvere e ancora sento il nasino umido di Ribes che mi annusa il dito intinto nell'omogeneizzato mescolato ad Intrafungol .. era l'unico modo per somministrargli il farmaco antifungino perche' Ribes era un gatto selvatico.
Tanto tempo noi volontari abbiamo dedicato a Ribes, perche' anche nel suo scetticismo si percepiva il bisogno di essere considerato, chiamato, accarezzato. Tanto tempo che nessuno di noi rimpiange; noi rimpiangiamo solo lui, Ribes, ed il destino beffardo che ce l'ha portato via proprio quando, dopo tanti sforzi, la sua diffidenza iniziava a venir meno.
O forse sarebbe piu' corretto dire (e se ne avessimo le prove lo diremmo in maniera molto piu' chiara ed esplicita) che a rubargli la vita e' stata l'incuria di chi invece che adempiere ai propri doveri e salvaguardare la sua salute, ha preferito risparmiare sui costi e costringerlo ad una morte per setticemia, che lo ha reso giorno dopo giorno sempre piu' folle ed aggressivo .. A nulla sono valse le cure..
Noi volontari purtroppo non disponiamo di abbondanza di fondi e cerchiamo di rivolgerci a professionisti che curino bene i nostri gatti facendoci nel contempo risparmiare un poco su cure ed interventi.
Ma anche in campo veterinario, come potrebbe confermare l'autopsia su Ribes, la professionalita' spesso lascia il posto all'incuria e all'avarizia.
Questi "professionisti" sarebbero piu' a loro agio e sicuramente provocherebbero meno danni se dedicassero tutto il loro tempo alla coltura dei rapanelli.
Caro Ribes, ci manchi ancora tanto...
A Ribes, che mi attende sotto al Ponte dell'Arcobaleno
Emanuela Venturini
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